Alla scoperta dell’Appennino modenese: il Castello di Montecuccolo e i Ponti medioevali

pontedellafolaAll’incrocio delle strade principali che collegano la pianura padana alla Toscana in Provincia di Modena, poco distante da Pavullo nel Frignano, sorge il castello di Montecuccolo con il suo borgo medievale. Il castello, posto su un rilievo roccioso all’estremità meridionale di una dorsale ricca di boschi che si incunea profondamente nella valle del fiume Scoltenna-Panaro, occupava una eccezionale posizione strategica, ragione non ultima della sua importanza storica, in una zona di rara bellezza paesaggistica.

La rocca fu devastata dai soldati francesi nel 1799 e abbandonata a se stessa per molti decenni. Per opera del Comune, che ne è oggi proprietario è stato concluso il progetto di restauro del Castello e l’attivazione della foresteria. Nei locali della vecchia foresteria, posta tra le Mura troviamo la Locanda del Condottiero con 5 camere a disposizione degli ospiti, che rappresenta uno spazio ideale per respirare la magia della storia, rivivendo un’atmosfera unica, tra ambienti originali, coerenti e rispettosi dell’ambiente seppur dotati di ogni comfort. Luogo ideale per rilassarsi, sorseggiare un ottimo aperitivo in una splendida cornice, degustare prodotti tipici del territorio, conoscere i piatti della tradizione montanara e della storia della famiglia Montecuccoli.

All’interno il Castello conserva poche decorazioni originarie, tra queste  troviamo nel piano nobile un imponente camino di pietra dall’architrave riccamente ornato con al centro il simbolo estense del Diamante, affiancato dallo stemma dei Montecuccoli. Lo stemma dei Montecuccoli è composto da un’aquila posata su sei monti da cui sporgono rametti di olivo. Secondo la leggenda il capostipite Matteo ebbe in sorte Montecuccolo, estraendo da un’urna una coccola d’olivo, mentre il fratello Nereo, estratto un gheriglio di noce, ebbe Montegarullo, dando origine alla famiglia in seguito divenuta nemica. Sullo stesso piano, all’interno della torre di piazza, si trova la stanza dove secondo la leggenda vide la luce nel 1625 il Generale Raimondo Montecuccoli, il più grande capitano italiano del secolo barocco, che regalò fama e notorietà al Castello. Come comandante supremo comandò l’armata ungarica che, alleata del principe di Transilvania, fronteggiò un grande esercito ottomano, forte di più di 100.000 uomini, che dalla Serbia risalivano la vallata della Drava puntando a nord in direzione di Vienna. Montecuccoli ricevette rinforzi dai principati tedeschi e da Luigi XIV di Francia, ma pare che in tutto disponesse di 25.000 uomini. A Szentgotthárd, sul fiume Raab, la città più occidentale dell’Ungheria al confine con l’Austria, il Generale Raimondo ottenne il 1º agosto 1664 la sua più grande vittoria, travolgendo l’esercito ottomano e evitando così all’Austria l’invasione.
Attualmente le sale della rocca ospitano alcune mostre permanenti, tra le quali il Museo Naturalistico del Frignano.

Di grande impatto emozionali la mostra dei “Presepi al Castello” di Giuseppe Ricci. Questi piccoli gioielli di artigianato incastonati in teche e sapientemente illuminati aprono porte di comunicazione con la realtà del passato, grazie al recupero di particolari aspetti paesaggistici, di scorci di case e oggetti di altri tempi, ricchi affezione, amorevolezza e tenerezza, ma anche di valori della tradizione ora perduti. Nei suoi presepi Ricci narra la sua terra e fa rivivere castelli, chiese e borghi del Frignano attraverso il fascino che hanno saputo mantenere nel tempo. Suggestivi teatrini della memoria riproducono interni di abitazioni, botteghe, scuole, frutto di ricordi che rendono omaggio a una civiltà contadina ormai dimenticata.

Continuando alla scoperta del territorio troviamo 5 ponti medioevali di antichissime origini e di disarmante e mantenuta bellezza, accentuata dal paesaggio naturale della catena appenninica, che attraversano in più punti il torrente Scoltenna, padrone serpeggiante della Valle del Frignano.

Alcuni ponti sono decorati con dipinti, altri avvolti in tragiche e sinistre leggende. Il Ponte della Luna, ad esempio, che sovrasta dall’alto lo Scoltenna, è di semplice costruzione con l’arcata a schiena d’asino in pietra ma di notevole altezza rispetto al manto del fiume. Il passaggio del ponte medioevale è stretto, escluso alla circolazione di automobili che possono attraversare il torrente sul moderno ponte immediatamente a fianco. Proseguendo ci si imbatte nel Ponte della Fola e nel Ponte della Fola Alto, situati nel comune di Pievepelago. Il Ponte della Fola è un capolavoro ingegneristico risalente al Medioevo ed è l’unico ponte a due arcate in tutta l’Emilia. Le due arcate sono asimmetriche e a schiena d’asino.

Il ponte della Fola Alto presenta invece un’unica arcata e una vertiginosa peculiarità. Esso scavalca il fiume da un’altezza considerevole poggiando direttamente sulla roccia della gola scavata nel corso dei secoli dall’acqua del torrente. Visto dal basso è impressionante, immerso nel fitto verde della vegetazione, il ponte sembra un braccio naturale che collega le due parti di bosco, separate dall’alto strapiombo per poi ricongiungersi all’altra sponda e reimmergersi all’interno del bosco.

Ma cosa vuol dire fola? Vi sono varie interpretazioni: si potrebbe riferire ai termini di favola, leggenda, racconti che i pastori e i viandanti si raccontavano incontrandosi nei pressi del del sentiero che lo attraversa e che fa parte del cammino di San Bartolomeo, sentiero che collega i luoghi dedicati al culto del santo tra  l’Emilia e la vicina Toscana.

Queste sono solo alcune delle “chicche” che potrete scoprire sull’Appennino modenese, territorio che ben si adatta alle diverse esigenze di famiglie, escursionisti, ciclisti e motociclisti assecondando con le proprie peculiarità le varie necessità e mettendo tutti d’accordo con una eccezionale enogastronomia presente su tutto il territorio.

Gabriel Betti

Rassegna “I Borghi più belli d’Italia” da visitare in treno Borgo di Orta San Giulio

orta_vedutaCaos aerei ed aeroporti, prendiamo il treno e andiamo a visitare alcuni dei Borghi più belli d’Italia senza troppe preoccupazioni.

Come prima meta facciamo un salto in Piemonte, alla scoperta del Borgo di Orta San Giulio. Il paese, in provincia di Novara, è raggiungibile tramite la linea ferroviaria Novara-Domodossola grazie alla stazione di Orta-Miasino. Ciò che rende questo borgo, definito l’acquerello di Dio, una meta privilegiata dell’Italia settentrionale è il suo mix di scorci medievali, palazzi sei-settecenteschi e giardini ricchi di camelie e azalee. Il Touring Club Italiano l’ha, inoltre,  insignito della bandiera arancione, destinata alle piccole comunità dell’entroterra nostrano che offrono un’accoglienza di qualità e si distinguono per la loro eccellenza.

Il centro storico di Orta non è raggiungibile con le auto, dal momento che è destinato completamente ai pedoni. A pochi metri dal parcheggio che sovrasta il paese, ci sono diversi sentieri che conducono verso il lago, passando proprio nel bel mezzo del borgo.

Sulle sponde dell’omonimo lago, Orta San Giulio ha un’atmosfera davvero romantica,  tra le  sue viuzze, dove il tempo sembra essersi fermato, c’è un mondo tutto da esplorare. Il piccolo borgo novarese, possiede un patrimonio storico, artistico e naturale che lo rende una delle mete turistiche per eccellenza. Il centro storico si snoda tra stradine di pietra che arrivano a lambire l’acqua. Il fulcro centrale del paese è Piazza Motta che si affaccia direttamente sulle acque lacustri. Qui sorge il broletto, una piccola costruzione rinascimentale costituita da un portico utilizzato principalmente per il mercato e da un piano superiore chiuso, in cui nei secoli scorsi si tenevano le riunioni dei potenti dell’epoca. Sulla piazza c’è un piccolo porticciolo dal quale, in pochi minuti di navigazione, si può andare all’Isola di San Giulio, detta anche “l’Isola del silenzio” un piccolo gioiello che dista appena 400 metri dalla riva. Attorno a questa piccola isola incantata aleggia una storia molto particolare. Si narra che un tempo l’isola, altro non fosse che uno scoglio abitato da serpi e mostri spaventosi. Nel 390 il Santo patrono del lago, San Giulio, un giorno attraversò le acque del lago sopra il suo mantello e una volta giunto sullo scoglio, fondò una chiesa trasformando l’isola nel centro di evangelizzazione di tutta la regione. Qui il santo, scelse poi di esservi sepolto.

Fra le principali attrattive vi sono la basilica romanica, Villa Tallone, l’ottocentesco Palazzo dei Vescovi e l’Abbazia Benedettina Mater Ecclesiae. Quest’ultima è un convento di clausura femminile nel quale le monache che vivono sull’isola tutto l’anno, si dedicano ad attività molto semplici come la preghiera, al confezionamento delle ostie e alla preparazione del pane di San Giulio.

Appena fuori dal paese, sorge la meravigliosa Villa Crespi, una delle strutture più imponenti del luogo. Al suo interno oggi si trova un hotel e il famoso ristorante omonimo gestito dallo chef Antonino Cannavacciuolo.

Proseguendo troviamo la frazione di Legro dalla quale si domina completamente il lago. La piccola frazione è entrata da qualche anno a far parte del circuito nazionale de  “I Paesi Dipinti” di cui fanno parte oltre 90 località italiane in cui i muri della città sono stati dipinti da artisti di fama nazionale o da sconosciuti pittori che hanno seguito i corsi di tecnica dell’affresco. Proprio come il borgo di Arcumeggia, frazione di Casalzuigno, Valcuvia, in provincia di Varese, anche Legro d’Orta nel 1998, su iniziativa della Pro Loco locale, ha colorato le sue vie con numerosi affreschi, i quali, hanno come tema principale il mondo del cinema.

A Legro vi aspetta un tour alla riscoperta di pellicole molto famose che hanno fatto la storia del cinema. Si tratta di celebri film che hanno scelto come ambientazione proprio le terre del lago d’Orta. Tra gli interpreti di spicco troviamo attori del calibro di: Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Gianni Morandi, Silvana Mangano, Catherine Spaak, Rock Hudson, Agostina Belli, Teo Teocoli e molti altri ancora.

Passeggiando tra i vicoli di Legro, si possono così ammirare affreschi che ritraggono
scene di: “L’Amante Segreta – 1941”, “Riso Amaro – 1949”, “Una Spina nel Cuore – 1986”, “La Voglia di Vincere – 1987”, “La Spia del Lago – 1950”, “Il Balordo – 1978 ” , “I Racconti Del Maresciallo – 1968 – ”, “La Maestrina- 1942”, “Il Piatto Piange – 1974”,“Addio alle Armi – 1957”.

Gabriel Betti

 

 

Comacchio la Piccola Venezia

Comacchio città lagunare, conosciuta come la “Piccola Venezia”, incanta il visitatore con il garbo e la genuinità della propria storia e dell’ambiente unico che la circonda. Colpisce innanzitutto la luce che inonda gli spazi urbani, potenziata dalle superfici quiete dei canali. Scrigno di particolari bellezze naturalistiche e testimonianze storiche, Comacchio, è oggi considerata la capitale del Parco del Delta del Po, un piccolo centro che nasce e vive tra terra e acqua.
I suoi sette Lidi sono meta ideale per una vacanza da trascorrere con la famiglia o con gli amici, o anche per un week end di relax, per riposarsi al sole o per festeggiare nelle divertenti notti dei Lidi.
Il periodo migliore per visitare Comacchio va da aprile a metà ottobre. In particolare, per chi ama i sapori marinari, i primi due weekend di ottobre sono dedicati alla sagra dell’anguilla con degustazioni e spettacoli di strada.
Dal Ponte degli Sbirri si gode la vista più bella: da una parte l’Antico Ospedale degli Infermi dall’altra l’ottocentesco Palazzo Bellini e il celebre Trepponti, simbolo di Comacchio. Dal Porticato dei Cappuccini, che conduce al Santuario di Santa Maria in Aula Regia si accede all’antica Manifattura dei Marinati, perfettamente ristrutturata e tornata in funzione, dove è possibile visitare la “Sala dei fuochi”, con 12 camini per la cottura allo spiedo delle anguille prima della marinatura.
Testimonianza dell’attività marinara è l’Antica Pescheria, un bellissimo edificio del XVII secolo, oggi sede del mercato giornaliero del pescato. Edifici storici di rilievo sono poi l’antica Cattedrale di San Cassiano, la Loggia del Grano e la Torre dell’Orologio.
Per chi ama l’archeologia, imperdibile il Museo Delta Antico che stupisce per il suo impianto tecnologico e multimediale in grado di coinvolgere il visitatore,  oltre che per la ricchezza dei contenuti. Il Museo, che trova spazio nell’imponente architettura neoclassica del Settecentesco Ospedale degli Infermi (1771/1784), contiene un ricco patrimonio di beni archeologici provenienti dal territorio, dalle prime testimonianze di epoca protostorica sino al medioevo. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano.
Nel tardo pomeriggio, quando il tramonto si colora di effetti straordinari, il sito naturalistico delle Valli di Comacchio, a sud del centro storico, presenta un ambiente di grande fascino. Un residuo di un complesso di circa 11.000 ettari di superficie, ridotti progressivamente in seguito alle bonifiche, e area di acqua salmastra, dedicata alla pesca, in cui viene immessa acqua salata dal mare o dolce dal fiume.
Storicamente formatosi in seguito all’estinzione del ramo principale del fiume Po e al temporaneo innalzamento del livello del mare, questo straordinario sito naturalistico è stato dichiarato Zona umida d’importanza internazionale dalla Convenzione Ramsar e, dall’Unione Europea, Sito di interesse comunitario e Zona di protezione speciale per la conservazione degli uccelli.
Su invito della Lipu, Comacchio è divenuta Città del Birdwatching, con un Consiglio comunale straordinario che ha assunto l’impegno di fare della cittadina del Delta del Po uno dei luoghi di maggiore attrattiva per i birdwatchers europei e una capitale della conservazione degli uccelli selvatici in Italia.
Da non perdere la passeggiata lungo il Loggiato dei Cappuccini o un’escursione in bicicletta o in barca nelle Valli di Comacchio.
Un percorso storico in motonave consente di cogliere i tempi della valle attraverso i casoni e le tabarre, i lavorieri (le trappole per la “cattura” del pesce) gli attrezzi del mestiere, e una vegetazione incredibile. La Stazione Foce è il punto di partenza delle motonavi che conducono alla scoperta dei vecchi casoni di pesca recuperati e allestiti come un tempo. L’escursione dura circa 2 ore e permette di scivolare in barca lungo i canali interni dello specchio vallivo su un circuito circolare che, sulla via del ritorno, prevede la navigazione in valle aperta.
Dalle Valli passa l’itinerario cicloturistico Dal mare alle Valli di Comacchio. L’itinerario inizia al Lido degli Estensi, in prossimità del traghetto di collegamento con Porto Garibaldi, adibito al trasporto di pedoni e biciclette.
Neanche a dirlo l’enogastronomia la fa da padrona come del resto in tutta l’Emilia Romagna. Sulla tavola imbandita a Comacchio, come nelle valli, trionfa l’anguilla cucinata in mille modi. Gustosissimi gli antipasti a base di capesante, canocchie, vongole; tra i primi piatti, i risotti di mare e gli spaghetti ai crostacei. Vengono infine le squisite grigliate con anguilla accompagnata dalla polenta, insieme a sogliole, cefali, rombi, orate e seppie ripiene. Il tutto innaffiato dagli ottimi vini D.O.C del Bosco Eliceo.
Per gli amanti dell’arte da non perdere nel vicino Lido di Spina la Casa Museo d’Arte Contemporanea ‘Remo Brindisi’, realizzata negli anni tra il 1971 ed il 1973, su progetto dell’architetto-designer Nanda Vigo che si ispirò al movimento della Bauhaus. All’interno si possono ammirare opere di Modigliani, Picasso, Fontana, Dalì, De Chirico, De Pisis, Morandi, Chagall, Boccioni, Guttuso. Il Museo ha ottenuto lo status di Museo di Qualità riconosciuto dall’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia-Romagna.

Gabriel Bettidownload

Le Sirene e il mare: Isola di Thassos

L’isola di Thassos, l’isola più a nord della Grecia, si distingue da tutte le altre per l’unicità dei suoi paesaggi, tassospercorrendola lo sguardo viene rapito dagli ulivi che scendono fino al mare, poi distolto da una flora tipicamente montana ricca di pini e felci, fino a perdersi nel mare turchese di spiagge caraibiche con sabbia finissima e stupirsi di fronte allo spettacolo di bianche scogliere che si gettano a strapiombo in un mare blu cobalto, che nulla hanno da invidiare alle bianche scogliere di Dover.
Poco turistica e molto tradizionale Tassos è un’isola tondeggiante e montuosa, il suo picco più alto supera i 1000 metri sul livello del mare con villaggi sperduti, cave di marmo e oliveti e sentieri di montagna. Ha un aspetto selvaggio, a tratti montano a tratti sabbioso con una miriade di spiagge che cambiano di colore, dal bianco, all’oro al rosso. La zona occidentale è pianeggiante e la vista imponente del monte Athos, poco lontano, la fa da padrona. Il lato orientale è più montuoso e tortuoso.
Thassos si trova nella regione fiera e spartana della Macedonia, a breve distanza da Salonicco, è quindi perfetta da includere durante un viaggio nella penisola Calcidica.
A Thassos la natura è magnifica, le montagne sono verdissime e il mare sfuma dal cobalto al turchese. Ci sono spiagge davvero per tutti i gusti, di sabbia fine e bianca, di sabbia dorata, di roccia levigata, di ciottoli, rossi e bianchi.
Ospitali villaggi di montagna, olio d’oliva color oro, miele sublime, una vegetazione particolarmente florida, condita da canyon e ruscelli fanno di Thassos il posto giusto anche per gli amanti delle escursioni e della Mountain Bike (è il posto più famoso della Grecia per i percorsi in MTB).
Tre le mete imperdibili: la Giola, una piscina naturale tondeggiante dove secondo una leggenda erano solite farsi il bagno le sirene.. Un’altra leggenda narra che questa piscina blu fosse stata creata da Zeus come una laguna per far nuotare sua moglie Afrodite; seconda meta iconica, Archangelou, il l monastero più importante dell’isola che, come sempre succede in Grecia, è appollaiato in un luogo solitario e dal quale si gode di una vista meravigliosa sul mare. Infine Paradise Beach ritenuta la spiaggia più bella dell’isola, come suggerisce il nome
Le spiagge sabbiose più adatte ai bambini si trovano nel tratto che va da Limenas, la capitale dell’isola, e Skala Rachoni. secondo porto dell’isola. Golden Beach, la spiaggia più famosa di Thassos, dove soggiornano la maggior parte dei visitatori, si trova a pochi km da Limenas mentre Makri Ammos è la spiaggia più vicina alla città.
Si può infine visitare il sito archeologico di Aliki, vicino alla spiaggia omonima. Qui ci sono resti di architettura classica e dell’antico porto. Alcuni dei reperti greci e fenici trovati sull’isola di Thassos sono esposti nel museo archeologico di Limenas e ricordano il passato glorioso di quest’isola da cui in tempi classici si estraevano oro e marmo, utilizzato e apprezzato anche dai Romani.

Gabriel Betti

Grecia settentrionale il sito archeologico di Filippi e la città di Kavala

Oltre alle mete più gettonate, la Grecia riserva molte meraviglie sconosciute ai più. Ne è un esempio Filippi che si trova nella provincia della Macedonia orientale nel nord della Grecia che è considerato uno dei siti archeologici più importanti, più completi e più suggestivi ed è stato inserito nel patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Appena si arriva a Filippi (in greco Φίλιπποι) lo sguardo è catturato dalla suggestione del luogo, una vasta area archeologica che si sviluppa a ridosso di una montagna

Filippi

Filippi

L’origine di Filippi si data Intorno alla metà del IV secolo a.C., quando Filippo II di Macedonia (nel 356 a.C.), conquistò l’antico insediamento di Crenides (Κρηνίδες) e la rinominò con il proprio nome. Il famoso re macedone, padre di Alessandro il Grande, la fece ingrandire e fortificare allo scopo di farne un centro minerario.

Conquistata dai Romani nel 168 a.C., la città divenne celebre soprattutto per essere stata il teatro della storica omonima battaglia, combattuta nel 42 a.C. La battaglia di Filippi oppose le forze cesariane del secondo triumvirato, composto da Marco Antonio, Cesare Ottaviano e Marco Emilio Lepido, alle forze (cosiddette repubblicane) di Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, i due principali cospiratori ed assassini di Gaio Giulio Cesare.

Secondo quanto narra lo storico Plutarco, Marco Giunio Bruto alla vigilia dello scontro decisivo tra il suo esercito e quello di Marco Antonio, ebbe una  visione, un gigante gli apparve e gli disse: “Io sono, o Bruto, il tuo genio malvagio, e mi vedrai di nuovo vicino a Filippi”.  Bruto rispose audacemente: “Ebbene, ti rivedrò”. In un primo momento le forze di Bruto e Cassio sembravano prevalere, ma una notte il gigante apparve di nuovo a Bruto, senza dire una parola.  Quando la battaglia si riaccese, Bruto fu messo in fuga e per non essere fatto prigioniero si diede alla morte facendosi trafiggere con la spada dal retore Stratone e Ottaviano, divenuto successivamente “Augusto”, eresse la città al rango di colonia: la Colonia Augusta Julia Philippensis.

Filippi fu altresì la prima città d’Europa ad essere evangelizzata da San Paolo . Sede della prima comunità cristiana nel continente europeo, alla quale Paolo indirizzò una delle sue famose epistole, la città svolse un notevole ruolo nei primi secoli del Cristianesimo. Fu inoltre un importante centro fiorente anche in epoca bizantina. Tuttavia, la città venne occupata dai Latini durante la Quarta crociata e, in seguito, fu abbandonata.

Gli scavi condotti nell’area hanno portato alla luce numerosi monumenti, mettendo in evidenza la lunga storia e l’evoluzione della città dall’epoca ellenistica al periodo tardo bizantino. Dell’epoca antica e medievale si conservano importanti resti che offrono un panorama di arte e architettura sia antica che paleocristiana; tra di loro, l’acropoli e tratti delle mura di Filippo II, un teatro di notevoli dimensioni, un tempio e alcune basiliche. La Via Egnazia – la via che collegava l’Europa con l’Asia – costituiva il decumano massimo della colonia romana.

Altra chicca la città di  Kavala, splendidamente sospesa tra le montagne a nord e il Mar Egeo a sud, è caratterizzata da una lunga e ricca storia. Distrutta al termine del dominio bizantino, Kavala fu ricostruita dagli ottomani nel XVI secolo e più recentemente, la città ha conosciuto un importante sviluppo come centro della coltivazione del tabacco tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Le influenze di questa lunga storia si possono osservare nelle architetture, sentirle nel carattere accogliente di una città multiculturale e gustarle in una cucina ricca di piatti tipici, caratterizzata dagli aromi dolci e piccanti portati dai mercanti di tabacco di ritorno dai loro viaggi o dai coloni provenienti dall’Asia Minore. Assolutamente da provare, il riso pilaf speziato e, naturalmente, il pesce fresco che si trova ovunque in città o nel porticciolo di Sfageia, a soli 10 minuti dal centro.

Una passeggiata nel centro storico, in particolare nel quartiere di Panagia, permette di osservare senza fatica i segni di 2500 anni di storia di Kavala. Silenziosi vicoli pavimentati di ciottoli, case variopinte con balconi di legno e cortili pieni di fiori compongono gradevoli contrasti sullo sfondo dei meravigliosi panorami sul mare

Gli archi dell’acquedotto lungo 270 metri e alto 25, che un tempo costituivano la linfa vitale della città, oggi ne costituiscono il suo monumento principale. Si tratta di una delle maggiori infrastrutture civili realizzate dall’Impero ottomano e si ritiene che sia stato edificato sopra le fondamenta di un precedente acquedotto romano con lo stesso tracciato. Fino ai primi decenni del XX secolo forniva l’acqua alla città.

Il picco della penisola su cui è edificato il quartiere del centro storico di Panagia è dominato dall’acropoli di Kavala, costruita nel XV secolo su un’analoga struttura di epoca bizantina, aveva il ruolo di una fortezza destinata a controllare l’importante via di comunicazione commerciale e venne usata durante la Seconda guerra mondiale dalle forze di occupazione. Il panorama sull’Egeo che si gode da qui è semplicemente indescrivibile.

Una passeggiata nel centro storico di Kavala non può dirsi completa senza una visita al vecchio faro sul lungomare, ancora meglio se salendo le scale che risalgono lungo gli scogli di Panagia e dove si possono sentire da vicino gli odori e i rumori del mare. Nelle giornate limpide, è possibile vedere all’orizzonte l’isola di Thassos, l’isola più settentrionale della Grecia.

Nelle zone centrali ci sono numerosi antichi magazzini del tabacco vuoti e restaurati, perfetti per fare da cornice a foto suggestive. Alcuni si possono visitare assieme al Museo dove sono esposti manufatti e materiali di archivio sulla coltivazione e la produzione del tabacco e sui loro effetti sociali ed economici sullo sviluppo di Kavala.

Uno dei piaceri più semplici di una visita a Kavala è passeggiare sul mare. Dal centro storico, si segue il lungomare fino al parco Faliro, vicino al Museo archeologico. Un piccolo consiglio extra: acquistate una scatola di tipici biscotti di mandorle kourabiedes a forma di mezzaluna, ricoperti di zucchero al velo, e trovate una panchina libera sul mare dove gustarli.

Gabriel Betti

 

La Via degli Dei da Bologna a Firenze

Bologna città medioevale dal forte carattere cosmopolita, con i suoi 40 km di portici iscritti nel patrimonio Unesco dal 2021, è il punto di partenza dell’itinerario, Da ormai dieci secoli i Portici di Bologna sono un punto di ritrovo e socialità nonché emblema di ospitalità e del buon vivere bolognese. Spazi coperti di proprietà privata ma ad uso pubblico, i portici sono il simbolo di sostenibilità e contemporaneità e ancora oggi sono riconosciuti, dai bolognesi e dai visitatori, come elementi identificativi della città stessa.

Firenze, il cui centro storico ‘ anch’esso iscritto nel patrimonio dell’Unesco è stato descritto come “una realizzazione unica nel suo genere, un capolavoro d’opera, il risultato di una continua creazione protrattasi per oltre sei secoli”, costituisce  il luogo d’arrivo della Via degli Dei.

Anche se niente impedisce di percorrerla al contrario).

In mezzo c’è l’Appennino Tosco Emiliano, con il suo fascino di luogo ancora da scoprire: la Riserva Naturalistica del Contrafforte Pliocenico, la “Flaminia militare”, strada costruita nel 187 a.C. per volontà del console romano C. Flaminio, il Castello del Trebbio, voluto da Cosimo I de’ Medici, il Santuario di Monte Senario dove i frati offrono ai camminatori il liquore “Gemma di abeto”, segretamente preparato in loco, la città di Fiesole, borgo gioiello delle colline fiorentine di fondazione etrusca…

Tutto questo è la Via degli Dei, un itinerario non religioso ma che nasce dallo spirito di un gruppo di camminatori bolognesi del CAI (Club  Alpino Italiano)  i “Dû pâs e ‘na gran magnè” – Due passi e una gran mangiata in dialetto – che intendevano raggiungere Firenze per… mangiarsi un’ottima fiorentina con lo spirito goliardico di chi cammina per godersi il viaggio e le piccole cose della vita.

Ugualmente è un tracciato storico che gli Etruschi e i Romani percorsero per sviluppare i loro traffici, che mercanti e viandanti intrapresero durante il Medioevo, che ha visto momenti tragici come la Seconda Guerra Mondiale (in gran parte siamo sulla Linea Gotica) e che oggi ha fatto rinascere piccoli paesi dell’Appennino che altrimenti avrebbero subito l’abbandono dei loro abitanti per mancanza di lavoro o di opportunità.

La Via degli Dei non è quindi solo un trekking, è anche un viaggio in un territorio che ha delle eccellenze nascoste incredibili, che solo in Italia si possono trovare. Non solo Bologna e Firenze, simboli di medioevo e rinascimento, ma tanto altro da scoprire, tappa dopo dopo, che renderanno questa esperienza unica ed indimenticabile.

Nome: Via degli Dei

Monte Adone, Monzuno – Mons Iovis, monte di Giove, Monte Venere, Monte Luario, Lua era la dea romana dell’espiazione

Luoghi attraversati: Da Bologna a Firenze

Lunghezza: circa 130 km

Numero di tappe a piedi: 5 o 6 ma è modulabile a seconda del tempo e delle attitudini dei camminatori

Numero di tappe su 2 ruote: 2 o 3

Credenziali del cammino: Sì (non è un documento religioso ma un bel ricordo da portare a casa)

Cartografia Ufficiale: Sì, in scala 1:25.000

Tutte le info: Ufficio Turistico infoSASSO, Via Porrettana 314, Sasso Marconi (Bo)

Contatti: 051 6758409 – info@infosasso.it

Gabriel Betti

Matera da “Vergogna d’Italia” a “Orgoglio Nazionale”

Matera oggi è considerata una delle città più belle d’Italia ed è talmente suggestivo il panorama della parte antica della città che appare agli occhi del visitatore come un presepe, da averle conferito l’appellativo di Seconda Betlemme.

Carlo Levi nel suo celebre romanzo autobiografico Cristo si è fermato a Eboli, scriveva “Avevo letto nella guida che Matera è una città pittoresca, che merita di essere visitata, che c’è un museo di arte antica e delle curiose abitazioni trogloditiche.” E proprio quelle curiose abitazioni trogloditiche sono da sempre il biglietto da visita della città lucana. I famosi Sassi, ovvero le grotte scavate nel tufo con i tetti che diventano pavimenti per le abitazioni dei livelli superiori e il fitto reticolo di vicoli sono, insieme alle Chiese rupestri, Patrimonio Unesco dal 1993.

Eppure Matera ha vissuto anni molto bui fino a venire bollata come Vergogna d’Italia, per capire come si arrivò a questa situazione di degrado bisogna ripercorrere la sua lunga storia.

Matera è una delle città più antiche d’Italia, forse del mondo. La particolare conformazione rocciosa su cui sorge ricca di anfratti e grotte ha costituito un prezioso rifugio sin dal Paleolitico. Nei secoli, la particolare urbanistica dei Sassi, ovvero l’’utilizzo delle pareti della gravina su cui sorge la città per scavare abitazioni, stalle, chiese rupestri, orti pensili, resse fino circa al 1700, grazie a soluzioni di ‘bioedilizia’ che per l’epoca erano efficienti, e anche alla sicurezza che forniva una posizione tanto particolare.

Tuttavia l’espansione incontrollata dell’agglomerato, l’aumento della popolazione, e contemporaneamente il declino della pastorizia portarono ad un drastico peggioramento delle condizioni di vita. Si ampliarono le grotte, si trasformarono in abitazioni chiese, stalle, cisterne, interventi che non solo portavano le famiglie a vivere in condizioni sempre più malsane, ma riducevano anche i pochi ‘servizi’. Lo stoccaggio delle acque era un problema sempre più grande, così come quello degli scoli fognari. Non vi era un sistema di raccolta dei rifiuti e le famiglie aumentavano di numero fino a vivere in dieci o dodici persone dentro umidissimi, bui e stretti anfratti scavati nel tufo, condivisi con asini, maiali e pecore. Il pane veniva impastato di fianco a mucchi di letame che sprigionando calore ne favorivano la lievitazione!

Nei primi anni del Novecento le condizioni erano gravi, ma con la guerra non fecero che peggiorare. Il tasso di mortalità infantile era oltre il 44%, l’analfabetismo onnipresente e malattie come la malaria e la tubercolosi si diffondevano rapidamente.

Carlo Levi, che in Lucania era stato mandato in esilio dal regime fascista, fece luce con le sue opere sulla condizione di degrado della società materana, portando la questione all’attenzione dell’allora capo del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, che la bollò come ‘Vergogna nazionale’, dopo averla visitata nel ’48. Quelli che erano gli antichissimi rioni vennero sgomberati grazie ad una legge ad hoc nel 1952, e i loro abitanti trasferiti in strutture che andarono a comporre la ‘città nuova’.

Case popolari e infrastrutture erette a spese dello Stato accolsero circa diciassettemila sfollati, mentre il Sasso Barisano e Caveoso finirono per giacere nell’abbandono per molti anni, fino a che un processo di riqualificazione portò a Matera il prestigioso titolo di Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Il quartiere Civita, una fortezza naturale nel cuore cittadino che costituisce con i due avvallamenti del Sasso Barisano e del Sasso Caveoso la parte più affascinante di  Matera. Il Sasso Caveoso conserva quasi del tutto intatte le abitazioni scavate nella roccia mentre nel Sasso Barisano si trova una ricostruzione dei Sassi in miniatura e il Museo della Civiltà contadina dove il visitatore può rendersi conto della vita che svolgevano una volta gli abitanti.

Ma non solo i Sassi sono parte integrante della visita a Matera. Numerose sono anche le Chiese rupestri che uniscono il fascino brullo della roccia alla raffinatezza e all’eleganza delle decorazioni interne. La Chiesa di San Pietro Barisano si caratterizza per la sua imponenza ed è infatti la più grande chiesa rupestre della città.

Gabriel Betti

 

Asinara selvaggia e magnifica

Visitare l’Asinara in maggio rappresenta un privilegio unico. I colori delle maestose fioriture rosse, gialle e fiordaliso contrastano con il turchese intenso del mare creando panorami unici al mondo. Girovagare in bici o a piedi per l’isola in questo periodo dell’anno in cui i turisti sono pochi e l’Isola è popolata quasi esclusivamente da asini bianchi, mufloni e uccelli è impagabile e ti permette di immergerti completamente nella magia del Parco.

Ubicata all’estremità Nord-Occidentale della Sardegna, protesa come il naturale completamento dell’omonimo Golfo, l’Asinara è per estensione la terza isola della Regione.

Con alcuni amici siamo partiti da Stintino con un servizio di taxi boat su  piccolo gommone  e oltrepassando a Sud l’Isola Piana separata da uno stretto braccio di mare poco profondo, dai colori turchesi e sabbia bianchissima, noto con il nome di “Passaggio dei Fornelli”, l’Asinara appare come un singolare distaccamento del territorio della Nurra costiera.

In una decina di minuti abbiamo raggiunto l’approdo dei Fornelli, da qui è possibile visitare l’isola con vari mezzi. Si può scegliere tra il trenino con la guida, delle piccole auto elettriche in autonomia, con dei fuoristrada con la guida, a piedi da soli o con escursioni guidate, con la bicicletta muscolare o servoassistita in autonomia.

Noi abbiamo scelto le e-bike, non essendo un granchè allenati e volendo cercare di arrivare fino al carcere che dista circa 24 chilometri di continui sali e scendi per un totale di una cinquantina di chilometri tra andata e ritorno, abbiamo escluso le muscolari decisamente troppo impegnative per dei ciclisti della domenica come noi.

Vi è anche la possibilità, e sarà la nostra prossima escursione, di visitare l’Isola in barca a vela o a motore, fermandosi nelle calette più caratteristiche dove fare il bagno e praticare snorkelling, che ci dicono può stupire anche i più avvezzi a tale attività.

Da Fornelli siamo partiti fermandoci praticamente ogni due minuti increduli per la bellezza delle fioriture, dalle mille sfumature di turchese delle calette, dagli infiniti scorci che richiedono di essere immortalati in uno scatto. Che dire poi dei tanti asinelli bianchi autoctoni che pare abbiano dato il nome all’isola e dei più comuni asini grigi importati dai guardiani delle carceri, in questa stagione abbondano i teneri cuccioli di asinelli che le mamme allattano e accudiscono lungo le strade all’ombra di arbusti o di muretti. L’origine degli asini bianchi (Equus asinus var. albina) è ancora incerta, ma la tesi più probabile sembra essere quella di uno sviluppo in loco, conseguente alla manifestazione del carattere ereditario dell’albinismo, fissato nella popolazione per via dell’isolamento

L’isola è costellata da vari edifici che facevano parte del complesso sistema carcerario, molti oggi in evidente stato di abbandono e colonizzati da animali e dalla flora, dove venivano rinchiusi i prigionieri in base alla loro pericolosità. Alla maggior parte dei carcerati era permesso uscire e lavorare, in particolare era molto sviluppata l’agricoltura e la zootecnia, ma non mancavano altre attività come il barbiere, il muratore, l’idraulico e tanti altri mestieri che permettevano alla colonia carceraria di essere pressoché autonoma.

Una parte era dedicata al ben noto carcere di massima sicurezza nel quale erano rinchiusi criminali come Totò Riina, che vivevano in assoluto isolatamente senza la possibilità di comunicare con nessuno nemmeno con le guardie e che potevano godere di una sola ora d’aria al giorno.

Purtroppo questa struttura è in ristrutturazione e quindi non è al momento visitabile.

Abbiamo anche visitato l’Ospedale delle tartarughe dove vengono portati gli esemplari trovati feriti o in difficoltà ad esempio per incidenti con natanti o perché hanno ingoiato ami o altri materiali purtroppo buttati in mare dall’uomo, così pericolosi per questi splendidi e antichi animali così come per tutti abitanti marini.

Durante le escursioni in catamarano in estate è facile scorgere branchi di festosi delfini

 e se praticate lo snorkelling l’isola dell’Asinara, da sempre protetta per sua natura dall’insularità e attualmente dai regolamenti vigenti del Parco Nazionale, offre all’osservatore una ricca biodiversità marina, fin dai primi metri di profondità.

Il subacqueo non costituisce più un pericolo e i pesci gli nuotano a fianco indisturbati o appena interessati al sedimento organico sollevato dal fondo al suo passaggio.

Sparidi, cefali e spigole nuotano liberi nella colonna d’acqua, cernie e corvine si contendono gli anfratti più ombrosi delle rocce, mentre le murene strisciano nel coralligeno in cerca di molluschi.

l’Asinara è un autentico paradiso per il birdwatching grazie alla ricca ’avifauna presente durante tutto l’arco dell’anno, a cui si aggiunge la componente migratoria stagionale, .Le pernici sono diffuse, molto più che in altre zone della Sardegna e spesso capita di osservarle a bordo strada, poco prima che spariscano in mezzo alla vegetazione.

I falchi pellegrini nidificano sulle scogliere più alte, gheppi e grillai si possono osservare nelle aree agricole e steppiche mentre cacciano utilizzando il caratteristico volo in spirito santo.

Il canto dei silvidi si alterna a quello degli uccelli acquatici che popolano gli stagni retrodunali. Le gazze, attualmente in espansione in tutta l’area della Nurra, sull’Asinara sono una presenza costante.

I ruderi degli edifici sono spesso occupati da coppie di civette e barbagianni e nelle notti estive non è raro ascoltare i richiami dei succiacapre. I ruderi, sembrano i testimoni di epoche ormai sospese in un limbo temporale.

E’ sempre opportuno ricordare che l’Isola è un Parco Naturale Marino protetto sottoposta a regole piuttosto rigide per permetterne la conservazione. Ad esempio sono vietati i veicoli a motori invece è possibile arrivare con la propria bicicletta anche servoassistita, non è possibile pernottare se non in una delle poche strutture, un ostello e una locanda a Cala Oliva, preposte allo scopo e anche i punti di ristoro non sono frequenti, li potete trovare a Fornelli, a Cala Reale e a Cala d’Oliva. Infine è vietato introdurre animali da compagnia.

Gabriel Bettiimg-20220528-wa0028

 

Grotta di Petralona

Penisola Calcidica: e se oggi non ho voglia di mare? Metto in programma una visita alle Grotta di Petralona, enormi grotte calcaree di straordinaria bellezza con oltre 2 mila chilometri di cunicoli e stanze, anche se solo una parte sono visitabili, che si trovano sul monte Katsika, a 260 metri sul livello del mare, a circa 50 km. (40 minuti) da Kriopigi.

Nei lontani anni ’50 del XIX secolo, un residente di un villaggio locale esplorando il monte Katsika alla ricerca di una fonte d’acqua, si imbatté accidentalmente in una profonda fessura. Incuriosito l’uomo decise con alcuni amici di scendere in esplarazione e furono sorpresi di trovare una grande stanza ricca di meravigliose stalattiti e stalagmiti.

Le Grotte sono state la più antica delle dimore dei primi popoli. Nelle esplorazioni successive vennero infatti ritrovate molte ossa e teschi appartenenti a persone e animali, rimasti in questa grotta per centinaia di migliaia di anni, tra i quali un reperto unico: il teschio di un uomo vissuto circa 700mila anni fa! Ora tutto quanto scoperto è esposto all’interno della grotta.

La Grotta di Petralona è davvero enorme e … freddina. Ricordate! La temperatura non supera mai i 17 gradi, non dimenticate quindi vestiti caldi.

Gabriel Betti

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Penisola Calcidica Incantevole Kassandra

 possidi2C’è un angolo di Grecia dove il mare è paradisiaco, le spiagge poco affollate e i prezzi abbordabili. Ecco i motivi per non lasciarsi scappare un viaggio nella Penisola Calcidica. Acque turchesi e verde smeraldo, spiagge sconfinate da sogno, un’infinita linea costiera ricoperta da pini che si spingono fino al mare, una natura eccezionale, ma anche beach bar, luoghi di villeggiatura in riva al mare adatti a vacanze in famiglia e una vivace vita notturna. L’esotica Calcidica, premiata con 96 Bandiere Blu nel 2021, regala ai suoi visitatori 550 km di magnifiche spiagge!

La penisola Calcidica (o Halkidiki) offre tutto ciò che normalmente associamo alla Grecia, mare, cultura, buon cibo e gente simpatica ma è ancora poco nota ai turisti italiani e rappresenta quindi una validissima alternativa a mete costose ad affollate come Mykonos, Santorini e le altre isole più famose.

Situata nella parte nordorientale della Grecia continentale, è un’ampia penisola formata in realtà da tre penisole più piccole (Kassandra, Sithonia e Monte Athos) dette le Tre Dita.

Kassandra, il Primo Dito, è la più occidentale tra le penisole della Calcidica nonché la più vivace ed è quindi consigliata a chi vuole abbinare mare scegliendo tra spiagge libere ed attrezzate, divertimento nei famosissimi Beach bar, i caratteristici locali notturni e le discoteche all’aperto, ma è adatta anche a famiglie con bambini piccoli che vogliono avere a portata di mano tutti i servizi. Il motivo principale per visitare Kassandra sono sicuramente le sue splendide spiagge, la cui bellezza non ha nulla da invidiare a quella delle isole: spiagge sconfinate e dalle acque turchesi, sabbia fina e una lussureggiante vegetazione nei dintorni, non vi farà pentire di essere venuti qui. Dal litorale di Sani, Fourka, Possidi, Paliouri e Kallithea fino alle coste di Pefkohori, Polychrono, Hanioti, Kriopigi, potrete trascorrere intere giornate in spiaggia, godendo dei molti servizi offerti e pensati per tutta la famiglia, ma anche di un’atmosfera decisamente cosmopolita e di una natura incredibilmente rigogliosa, le cui tinte verdeggianti esaltano ancor di più il turchese delle onde. Amanti dell’avventura grandi e piccini potranno poi spingersi alla scoperta di località più tranquille, come le spiagge di Mola Kaliva, Nea Skioni e Glarokavos.

Sithonia, il secondo dito, tra Kassandra e il Monte Athos, è più tranquilla e selvaggia rispetto a Kassandra. Con le sue affascinanti spiagge di sabbia finissima e i caratteristici villaggi tradizionali, è una meta perfetta per un’escursione giornaliera alla ricerca di ritmi lenti.

Infine il Terzo dito, Monte Athos, la Repubblica del Monte Athos, è considerato territorio sacro e può essere visitato soltanto da visitatori maschi che hanno richiesto ed ottenuto il permesso di entrare. La procedura per ottenere il permesso è piuttosto complicata ma il luogo è talmente suggestivo che val la pena tentare (sempre, ripetiamo, se siete uomini: per le donne c’è il divieto assoluto). Verrete ricompensati da camminate stupende immersi nel verde e nella quiete assoluta durante le quali potrete ammirare paesaggi di una bellezza mozzafiato, monasteri ricchi di tesori d’arte sacra, incredibili scorci panoramici sul mare. In alternativa si può fare un bel giro con una barca da Ouranopoli per ammirare dal mare i Monasteri e la splendida natura.

Come arrivare nella Penisola Calcidica. L’aeroporto più vicino alla Penisola Calcidica è quello di Salonicco, distante circa 100 km e collegato da diversi voli anche low cost. Da qui è consigliabile spostarsi con un’auto a noleggio; in alternativa potete prendere i bus della compagnia KTEL che collegano Salonicco alle principali città della penisola, ma il trasporto pubblico locale non è molto efficiente.

 Gabriel Betti